L’allestimento del Museo Paleocristiano

Il Museo ha tre piani fuori terra con l’impianto caratteristico dei grandi edifici rurali denominati “folador”.

Piano terra

Il pianterreno del Museo coincide con la basilica paleocristiana. Essa è costituita da un edificio di forma rettangolare (m 58 x 19 circa), a navata unica, con abside poligonale poco profonda, chiusa da un ambiente rettangolare, e presbiterio allungato, recintato da plutei Davanti alla facciata si addossava un nartece (portico) con tre porte d’ingresso, che si aprono in corrispondenza di quelle che introducevano alla chiesa: entro il suo perimetro sono stati trovati vari sarcofagi, di fattura molto semplice, in calcare, lasciati in loco. I muri laterali, conservati in altezza da uno a tre metri, appaiono scanditi ed irrobustiti da undici lesene ciascuno.
Il pavimento si mostra mosaicato con una doppia serie di sei riquadri, separati al centro da un lungo corridoio (tale parte è però perduta a causa dell’inserimento della “spina”): il tappeto musivo è costituito da un ricco repertorio di motivi geometrici, tecnicamente molto curati e stilisticamente assai vari, dal disegno severo, ordinati secondo schemi compositivi di sicuro respiro. Non vi è traccia di motivi figurati. Si ripetono ottagoni, cerchi, quadrati, elementi rettilinei e curvilinei: a distanze regolari sono inserite iscrizioni, in latino e greco, le quali formano un prezioso patrimonio. Per prima cosa, esse compaiono qui in quantità non comune, la maggiore finora riscontrata ad Aquileia; in secondo luogo, attraverso la formula che riferisce il nome del donatore e la misura di mosaico offerto, esse restituiscono una singolare mescolanza di nomi latini e orientale, specie siriaci. In tal modo, la basilica di Monastero si configura come la chiesa di una comunità assai varia, forse di commercianti o di persone comunque legate al porto, presso il quale abitavano formando un quartiere, spesso di mezzi limitati (come mostra la modesta pedatura in genere offerta), ma di fervida fede.


 La chiesa, sorta alla fine del IV secolo, dovette subire rilevanti danni nell’episodio attilano: nella ristrutturazione l’aula, già a campata unica, venne divisa in tre navate per mezzo di sei pilastri per parte, alcuni inseriti nel mosaico. Per necessità evidenti si stese un nuovo pavimento, posto a circa cm 40 sopra al primo: ne sono rimasti pochi tratti, strappati per lasciare visibili le parti più antiche. Un procedimento analogo è stato seguito per un altro lacerto, trovato dietro l’abside: entrambi i mosaici sono esposti sul muro di fondo del “folador”.
L’edificio sacro subì un’ulteriore sistemazione, con colonne sostenenti archi e pavimentazione in lastroni di pietra, all’inizio del IX secolo, quando si installò il monastero delle benedettine.

Primo piano

Una balconata, come si è accennato, permette la visione dall’alto delle strutture e del pavimento della basilica all’interno del “folador”. In questo settore hanno trovato collocazione elementi della basilica rinvenuta in località Beligna- Fondo Tullio (a Sud Aquileia, lungo la strada per Grado) nel 1894 e in gran parte all’epoca scavata. La pianta mostra un edificio cruciforme con aula divisa in tre navate, fornita di abside semicircolare, che delimitava un ambulacro. I muri laterali si mostrano scanditi da paraste.
In museo sono esposti i mosaici ed alcune iscrizioni che ornavano il pavimento delle navate: l’abside, di circa 22 metri di diametro, era ornata da due settori musivi, distanti fra loro cinque metri e qui avvicinati per ragioni di spazio. Entrambe le parti sono campite da tralci di vite nascenti da cespi d’acanto, che intrecciandosi in maniera armonica invadono lo spazio. Tra i racemi sono posti dodici agnelli e uccelli diversi, fra i quali spicca un pavone dallo splendido piumaggio. Al centro è posto un medaglione, il cui interno è in ambedue perduto.
 Il repertorio ornamentale è ricco di riferimenti cultuali, che i fedeli potevano cogliere e fare propri: i dodici agnelli alluderebbero agli Apostoli e alle parole di Cristo sul Buon Pastore. Il pavone è simbolo di immortalità, poiché secondo antiche credenza la sua carne era immune dalla putrefazione. Le iscrizioni sparse nel tappeto delle navate ricordano, come a Monastero, i fedeli che con le loro donazioni coprirono le spese della pavimentazione.
Il tipo di mosaico e lo stile degli ornati fanno datare la chiesa alla fine del IV secolo. La pianta a croce, che ricorda il trionfo di Cristo, e i motivi figurati hanno suggerito l’ipotesi che si possa trattare di una Basilica Apostolorum, del tipo di quelle costruite a Concordia e a Milano, in pieno accordo ideologico con il concilio tenuto ad Aquileia il tre settembre del 381 contro l’arianesimo. Sull’autorità degli Apostoli, infatti, poggiarono le ragioni di coloro che intesero vincere l’eresia: si pensa, a tale proposito, che nel 383 siano giunte in questa chiesa, direttamente dall’Oriente, le reliquie di alcuni Apostoli, quali Andrea e Giovanni.
In questo piano, infine, trovano collocazione altri pregevoli reperti, appartenenti a diverse categorie, come l’iscrizione di Parecorius Apollinaris, pubblico amministratore, che ricorda una sua donazione fatta alla basilica, forse proprio la pavimentazione del settore absidale, resa così degna delle sante reliquie.

Secondo piano

Qui, esposte alle pareti e su cinque telai di legno fra le finestre, sono raccolte più di 130 iscrizioni funerarie, le quali costituiscono un gruppo di grandissima importanza nell’ambito dell’Italia settentrionale. Molte presentano, oltre al testo, graffiti di particolare interesse, con raffigurazioni dei defunti, spesso in veste di oranti, sole o unite a immagini di piante e animali, simboli della vita celeste e della pace raggiunta.
I testi sono contraddistinti dai nomi dei defunti e dei loro parenti, con cenni alla loro vita, al momento della morte, alle esperienze avute ed altre notazioni personali. La grafia, inoltre, mostra numerose devianze di ordine linguistico, come la caduta di talune lettere o la presenza di parole alterate rispetto alla forma classica: i documenti aquileiesi appaiono pertanto utili anche a alla comprensione della parlata volgare usata tra la fine del IV e il V secolo, nonché dei parametri culturali dei ceti medio-bassi.